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Una chance per
non restare fuori
Si è tenuto sabato 7 novembre, alla
Biblioteca dell’Istituzione Gian Franco Minguzzi di Bologna,
l’incontro-dibattito “Diritto alla conoscenza: l’esperienza del progetto
Chance”. Organizzato dall’associazione di volontariato @uxilia Regione
Emilia-Romagna e dall’associazione Maestri di Strada ONLUS,
l’appuntamento aveva come obiettivo quello di sensibilizzare e
coinvolgere il pubblico sulla lotta alla dispersione scolastica in una
realtà difficile come quella di Napoli.
Dopo l’apertura dei lavori da parte della
professoressa Silvana Contento, presidente dell’Istituzione Minguzzi
della Provincia di Bologna, è stato il presidente di @uxilia,
Massimiliano Fanni Canelles, a introdurre il “progetto Chance”,
presentando Cesare Moreno, uno dei tre coordinatori del progetto e
presidente dell’Associazione Maestri di Strada. Maestro elementare e
formatore esperto nella lotta alla dispersione scolastica, Moreno viene
spesso definito per il suo impegno un “personaggio scomodo”, anche se
lui stesso sottolinea come in realtà sia una persona più che un
personaggio e di essere l’unico ad essere andato incontro a delle
scomodità per le scelte fatte in questi anni. Sicuramente è una persona
tenace, di quelle che non mollano davanti agli ostacoli e non fanno
sconti nel voler portare avanti la propria causa. La sua è quella di
riuscire a recuperare i ragazzi fuoriusciti dal circuito scolastico, che
inevitabilmente diventano degli emarginati, dando loro una nuova chance,
come recita lo stesso progetto che ha appena compiuto dodici anni, ma
rischia di dover spegnere l’ultima candelina.
“Una città che esclude parte dei giovani non
è civile” dice Moreno parlando di Napoli. Culla del progetto Chance, il
capoluogo campano è una città ad altissima densità di popolazione
minorile e non sempre un luogo in cui è facile crescere. Il presidente
dei Maestri di Strada punta l’attenzione proprio sul senso di civiltà di
una comunità. “Quando si semina dolore alla base della società – dice –
i risultati sono visibili: dipendenze, fenomeni di bullismo, violenza
familiare”. A Napoli sono tanti i ragazzi a subire dalla società una
serie di soprusi che Moreno chiama veri e propri “insulti”, Insulti
dalle famiglie spesso disgregate, con genitori non capaci di dare
supporto ai propri figli. Insulti dalla scuola che non sa relazionarsi
con loro e tende a isolare e a escludere i “cattivi”. Insulti dal mondo
esterno, violento e competitivo.
Il Progetto Chance si pone come
“alternativa” a questo quadro così desolante, come un’opportunità fatta
di attività educative, di formazione professionale, di educazione civica
pratica e non solo teorica (es. raccolta differenziata, servizi esterni
socialmente utili) nelle quali i ragazzi si possono sperimentare e
mettere in gioco, seguiti da un’equipe di esperti (psicologi, insegnati,
educatori) e garantiti da accordi interistituzionali con gli enti
locali. Nasce così una “piccola comunità”, con vincoli reciproci e un
impegno reciproco su cui costruire un domani migliore, partendo
dall’ora.
Una volta innescato, il progetto Chance nei
suoi dodici anni di attività ha sempre avuto un riscontro positivo, e i
ragazzi che ne sono entrati a far parte sono diventati la migliore delle
pubblicità per i loro coetanei in difficoltà, spesso attraverso il
semplice passaparola.
Il futuro di questo progetto così
coraggiosamente portato avanti sino ad ora è però grigio, a causa dei
recenti tagli all’istruzione. Alcuni fondi vengono ancora garantiti
dalla Regione Campana, ma non sono state garantite ancora le risorse
umane necessarie a un progetto così complesso, seppur con un obiettivo
molto semplice: dare un’opportunità anche a chi non solo non l’avrebbe,
ma potrebbe pensare di non meritarsela. Ecco l’ennesimo “insulto” da
parte della società che li emargina, condannandoli a diventare ancora
più cattivi, ancora più arrabbiati e violenti, in un circolo vizioso
senza fine.
Sara Musiani
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Moreno racconta Chance, “Ci
vuole una città intera per crescere un ragazzo”
Cesare
Moreno si lascia andare a immagini molto evocative quando parla dei suoi
ragazzi e del suo progetto. Ad esempio cita la versione metrapolitana di
un proverbio africano, “Per crescere un bambino ci vuole una città
intera” (villaggio, nella forma originale), per tentare di spiegare
l’eccezionalità del progetto Chance, dove la compresenza di tanti
professionisti in campi molto diversi rende questa esperienza unica per
i ragazzi napoletani. Lavorano insieme insegnanti, psicologi,
coordinatori, a creare una vera e propria comunità dove i ruoli si
mescolano, così come sparisce anche la barriera che separa studenti e
insegnanti. Ognuno impara dall’altro, si matura insieme negli anni. Ed è
proprio questo che rischia di sparire con i tagli, questa
inter-istituzionalità. Perché, come ci tiene a sottolineare Moreno, “non
sono i soldi che mancano, ma si rischia di perdere il senso del
progetto”, che vuole e deve coinvolgere una lunga serie di
professionisti e istituzioni.
Il
progetto Chance vuole abbattere anche altri muri, più nascosti, ma
proprio per questo più radicati nelle coscienze di ognuno, come quello
tra i cosiddetti buoni e cattivi. Cesare Moreno ricorda proprio la legge
180, più nota come Legge Basaglia, quella che impose la chiusura dei
manicomi. E il fatto che la conferenza si sia tenuta all’Istituto
Minguzzi, ex manicomio, rende questa considerazione ancora più
pregnante. Perché la distinzione tra buoni e cattivi, così come quella
tra matti e sani, è una di quelle distinzioni che ancora ci portiamo
dietro, nonostante le mosse che sono state fatte negli anni per
superarla. Secondo Moreno la cattiveria, così come la follia, ci
appartiene intimamente e chiudere i manicomi ha significato proprio
questo: includere la follia nella società e non più relegarla in modo
fittizio in luoghi separati. Allo stesso modo i ragazzi che arrivano
alle scuole del progetto Chance certamente sono “brutti, sporchi e
cattivi”, come dice Moreno, ma bisogna credere che ci sia una
possibilità anche per loro, così che se ne convincano loro stessi: “È un
lavoro faticoso, bisogna continuamente vincere la tendenza alla violenza
e alla sopraffazione, che sono inscritte nei nostri cromosomi. La
cattiveria fa parte di noi, e dobbiamo accettarla per vincerla”.
A parlare
delle differenze tra le scuole del Progetto Chance e quelle
istituzionali è Donatella Guarino, che fa parte del Progetto da 10 anni,
dopo un’esperienza a Scampia: “L’insegnante di Chance non è un
protagonista, la sua modalità lavorativa non è quella dell’intervento e
della verifica, e soprattutto non è mai solo di fronte alla classe, è
sempre accompagnato da un tutor, perché non può cogliere tutto da solo”.
Un sentimento di comunità tra professionisti di diversi settori è
fondamentale in questo progetto, ed è proprio questo che lo rende un
progetto prima di tutto sociale, e non meramente scolastico. Come dice
Moreno, gli insegnanti, “insegnanti mutanti”, non devono essere “primi
violini, ma orchestrai”, prima di tutto fra loro per trasmettere un
senso di coesione, che si trasformi anche in coesione sociale, contro la
sensazione di esclusione “così forte oggi dentro di noi e quindi anche
nelle nostre città”.
Moreno
parla delle nuove modalità di insegnamento. “Abbiamo portato le pratiche
della scuola elementare nella scuola media, con la presenza di più
maestri in copresenza e codocenza”. Qui non ci si affanna dietro la
“mannaia del programma”, ma si punta soprattutto al “benessere
psico-fisico” degli studenti, con poche materie e molto tempo per
metabolizzarle, anche attraverso ore di laboratori, per “fare vivere”
anche materie come italiano e filosofia.
Donatella
Guarino insiste sul fatto che i ragazzi che si affacciano al Progetto
Chance compiono un percorso, prima ancora che verso la scoperta dei
propri talenti, verso la conoscenza di se stessi, “che è già
un’impresa”. Concetto ripreso da Ivana Summa, presidente del CIDI
(Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) dell’Emilia Romagna,
secondo cui ai giorni nostri la conoscenza in generale, “sempre più d’élite”,
e soprattutto la conoscenza di sé, è affare di pochi. “I ragazzi di
Napoli – dice – non hanno questa opportunità, ma neanche i giovani di
oggi, quelli che i genitori riempiono di regali, neanche loro hanno più
questa chance. L’iper-protezione e l’assenza di protezione hanno gli
stessi effetti”. Un discorso di ampissima portata che in qualche modo è
avallato dalle affermazioni di Roberto Casella, avvocato specializzato
in diritto penale minorile, secondo cui spesso “il procedimento penale è
l’unico modo in cui un genitore si accorge di ciò che sta facendo il
figlio”.
Disattenzione, genitori che non sanno più fare i genitori, assenza di
regole morali, iper-protezione o assenza totale di protezione, un
sotterraneo senso di esclusione, una società dominata da una paura
spesso priva di significato. Siamo sicuri che il Progetto Chance abbia
senso soltanto a Napoli?
Eva Brugnettini |